Home > Argomenti vari > LA PARABOLA DELL’AMMINISTRATORE SCALTRO: UN’INTERPRETAZIONE.

LA PARABOLA DELL’AMMINISTRATORE SCALTRO: UN’INTERPRETAZIONE.

La teologa Marinella PerroniSono alcuni giorni che non pubblico post su questo Blog ed oggi, a titolo di scusa, voglio farmi perdonare con una specie di “Lezione di teologia” su una parabola di pochissime settimane fa detta dal Cristo e che, per me, ha rappresentato sempre un problema di comprensione. Non capivo come potesse Gesù “approvare” il comportamento dell’amministratore “scaltro” ma in fondo “disonesto”. Ho chiesto a mia sorella Marinella, tra l’altro docente nei nostri Corsi di Formazione, alcune idee esplicative su questo argomento, e da lei ho ricevuto questo breve articolo che, sperando di farvi cosa gradita, pubblico qui di seguito. Diamo la parola a Marinella Perroni, Presidente del “Coordinamento Teologhe Italiane”.

PREMESSA. Nella venticinquesima domenica del tempo ordinario (Anno C) la lettura del vangelo di Luca ci mette di fronte un brano tutt’altro che lineare. Soprattutto, molto poco edificante. Si tratta della parabola dell’amministratore scaltro. Soprattutto in un tempo come il nostro, in cui tutti rischiamo di pagare un conto molto salato per la spregiudicatezza e gli inganni di tanti amministratori scaltri, ci resta difficile riconoscere in figure come queste i caratteri dell’annuncio evangelico. D’altra parte, il fatto che gli evangelisti abbiano conservato e trasmesso le parole di Gesù anche quando esse risultavano non soltanto difficili da mettere in pratica, ma anche complicate da capire e abbiano cercato di illuminarne il senso mettendole in rapporto con altre frasi di Gesù, ci da la misura delle difficoltà della predicazione e ci mette in guardia da facili semplificazioni cosiddette “spirituali”. Ascoltiamo la pagina di Luca.

LA PARABOLA (Lc 16,1-13). Una parabola rivolta ai discepoli, quella dell’amministratore furbo perché anch’essi chiamati a occuparsi di una ricchezza che non appartiene loro, ma che è stata loro affidata. Resta difficile accettare che, con tanta schiettezza, Gesù possa aver indicato a coloro che avrebbero preso in carico l’amministrazione delle comunità un modello di riferimento tanto cinico. E resta ancora più difficile riferirsi a questa parabola per legittimare comportamenti di uomini di chiesa almeno spregiudicati per non dire scandalosi.  La parabola dell’amministratore furbo è una di quelle pagine evangeliche che lasciano sconcertati. In realtà, Luca pone in sequenza parole di Gesù che si richiamano tra loro, ma che non sono affatto consequenziali. Alla parabola dell’amministratore scaltro seguono due detti di Gesù sulla scaltrezza come virtù indispensabile per entrare nel regno. Segue poi un insegnamento sulla fedeltà. Infine, un detto di Gesù sull’impossibilità di servire due padroni fa approdare il discorso su un insegnamento sapienziale sull’impossibilità di servire contemporaneamente Dio e il denaro. Esso sembra l’elemento più comprensibile dell’insieme, ma in realtà contraddice profondamente, a prima vista, il senso della parabola iniziale. Un bel rompicapo, dunque, su cui bisogna accettare di dire solo poche cose per volta, sapendo che molto spesso per gli evangelisti è più importante conservare e trasmettere le parole di Gesù che non assicurarsi che esse siano chiare e distinte.

IL TESTO (prima parte). Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza, I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce

COMMENTO DEL TEOLOGO: Nel suo contesto originario certamente la parabola dell’amministratore scaltro doveva fare riflettere i giudei sulla loro ottusità e sul loro rifiuto della proposta di Gesù. Doveva richiamarli al fatto che chiudersi nella mormorazione e nel rifiuto di fronte a un regno di Dio annunciato anche a coloro cui non sembra spettare né per diritto né per merito è innanzi tutto attestazione di grande stupidità. Come si fa ad essere più censori di Dio stesso, come si fa a pretendere di mettersi al suo posto e voler decidere chi sta dentro e chi sta fuori del regno? Almeno per intelligenza e furbizia i figli di Israele avrebbero dovuto evitare di opporre resistenza alla chiamata di pubblicani e peccatori. Almeno per scaltrezza avrebbero dovuto scalare loro il conto dei debiti e mettersi dietro di loro. Insomma: se pubblicani e prostitute ci precederanno nel regno di Dio, facciamoci furbi e mettiamoci in fila dietro di loro! E’ una delle parole più scandalose di Gesù verso il perbenismo religioso e la sicumera di chi crede di sapere chi Dio fa entrare e chi invece tiene fuori! La conclusione della parabola mira a indicare che accettare Gesù e il suo messaggio conviene. Se non per convinzione, almeno per intelligenza e scaltrezza. Perché il messaggio di Gesù impone di fare i conti con la venuta del regno, cioè con il momento escatologico ed è stupido, a chi ti apre sul domani della venuta di Dio, opporre la resistenza di chi sta bene nell’oggi della pratica religiosa. Possibile che non si vuole capire che la predicazione di Gesù impone un cambio di registro forte perché chiede di passare dalla situazione dell’attesa a quella del compimento?

IL TESTO (seconda parte). Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

COMMENTO DEL TEOLOGO: La sequenza di detti con cui Luca correda la parabola è di tutt’altro che facile interpretazione. Sembrano collegati l’un l’altro dallo stesso riferimento alla ricchezza, ma con significati molto diversi. Il riferimento alla ricchezza disonesta è dominante, ma solo nel detto finale raggiunge una chiarezza senza possibilità di fraintendimenti.  Questo, in fondo, Luca persegue con insistenza lungo tutto il suo vangelo: chiamare i suoi cristiani a una decisione seria tra Dio e Mammona. L’incompatibilità tra i due è non solo dichiarata, ma sperimentata. Luca vede quanto forte è la difficoltà di una comunità come la sua in cui avere a che fare con le ricchezze proprie o altrui è motivo di fatica e di contrasto. La soluzione che egli propone è sempre quella dell’aut/aut. A significare che di fatto le scelte dei credenti della sua comunità lasciavano invece ancora a desiderare: i poveri non hanno bisogno di essere invitati alla povertà e l’insistenza di Luca non fa che confermare la persistenza del problema. L’incompatibilità tra Dio e Mammona non ne rende del tutto impossibile la coabitazione. E’ forse il misterium iniquitatis per eccellenza che accompagna e scandisce da sempre la vita delle comunità cristiane. In esse, Dio e Mammona vengono serviti insieme. Con infiniti equilibrismi e distinzioni, mettendo a tacere coloro che si occupano dei poveri, difendendo i diritti di Dio con le armi, servono l’evangelo di Mammona. Luca è l’evangelista che di più ha sofferto questa situazione. Una chiesa ormai lontana dai tempi iniziali della missione, una chiesa radicata nell’impero, una chiesa che guarda al suo inserimento nel mondo e non alla sua tensione verso il regno: Luca è consapevole di tutto questo. E la sua predicazione non addomestica l’evangelo, anche se fa i conti con gli adeguamenti imposti dalla storia. Senza Luca, d’altro canto. l’evangelo di Gesù non sarebbe arrivato neppure a noi.

Marinella Perroni


PAOLO PERRONI – Volontario ospedaliero.


Categorie:Argomenti vari Tag:
I commenti sono chiusi.